Analisi critica a cura di Lina Franza

 

Comunicazione, volontà, capacità espressiva, evasione dalla routine della vita rappresentano la peculiarità stilistica di Antonio Menichella. In tale sperimentazione stilistica si riconosce il muto cinismo di una società altamente tecnologica, omologante che cela, però, una sua improbabile seduzione.
Dipinge rigorosamente con tre colori: il bianco, il nero e il rosso. Che si tratti di volti in primissimo piano o altri soggetti, i suoi sembrano fotogrammi, che si fissano immediatamente nella mente dello spettatore. Soggetti distaccati che non hanno connotazioni psicologiche individuali: all’unicità e all’individualismo tipici della cultura europea, subentra una tipologia di espressione artistica, la quale fissa un momento di esibizione, tipico dei mezzi di comunicazione di massa, della pubblicità, ma anche del fumetto. Menichella interviene specificatamente nel campo dell’immagine, cancella ogni profondità rendendo i suoi quadri celebrazione della superficie. Egli sottolinea la valenza puramente assertiva dell’immagine, che provoca pura spettacolarità e affida l’evidenza della sua pittura all’impatto con la grande dimensione, dove l’immagine stessa è l’effetto di una mentalità che non ha il mito della complessità del mondo, ma che anzi ha individuato le istanze dell’uomo moderno e l’ineluttabile, necessaria esibizione di tali istanze, collegata alla dimensione non negativa di spettacolarità insita nel sistema sociale ed economico. Per questo l’artista, nelle sue opere evidenzia il destino dell’uomo: l’esibizione come esibizionismo, quale ineluttabile cancellazione della profondità psicologica e riduzione ad uno splendente superficialismo in una paralisi temporale. Egli proietta tutto ciò sulle grandi tele come su uno schermo naturale, dove si annotano figure oppure episodi reali, isolati dal contesto e immobilizzati in un attimo del loro svolgimento, fissandoli in modo asettico, anonimo. Quella di Menichella è una visione oggettiva, avulsa da qualsiasi implicazione psicologica, dove i suoi soggetti diventano icone immortali, senza storia, senza tempo, destinate a segnare una moda, un’atmosfera in una comunicazione fredda, immediata. La sua figurazione nasce dall’impianto narrativo della pubblicità e del cinema, conservando la fragranza di elaborazione del concetto di fotografia nella sua accezione squisitamente cromatica, cioè quella del bianco e nero, dai marcati contrasti di luminosità: il chiaroscuro vive infatti sui netti passaggi, senza la morbidezza della scala intermedia dei grigi. Il tutto dentro ad una gamma di diverse tipologie femminili, sempre caratterizzate dall’aggressività edonistica delle riviste patinate. Ciò è il risultato che l’artista ha raggiunto, rivolgendo un’attenzione precisa alla questione del rapporto tra comportamento e comunicazione, inquadrando i diversi aspetti della problematica legata all’immagine, quale mezzo, a volte subdolo, di convincimento nella logica della pubblicità. Il mondo odierno è tappezzato da messaggi iconici, indirizzati al passante il quale inconsapevolmente registra e sedimenta nella propria coscienza.

 

(Un sentito ringraziamento a Lina Franza)

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